giovedì 16 maggio 2013

ROMAN JAKOBSON, METAFORA E METONIMIA

Nel saggio Due aspetti del linguaggio e due tipi di afasia Jakobson afferma che “l’atto linguistico implica la selezione di certe entità linguistiche e la loro combinazione in unità linguistiche maggiormente complesse”.  Per parlare in modo comprensibile l’individuo deve scegliere le parole, o meglio i significanti adatti ad esprimere il suo pensiero e combinarli in modo sintatticamente corretto. “Ma il parlante non è in alcun modo un attore completamente libero nella scelta delle parole: la sua scelta (ad eccezione dei rari casi di autentico neologismo) deve essere fatta nell’ambito del patrimonio lessicale che egli stesso ed il destinatario del messaggio possiedono”.

(Continua su Critica Impura: /http://criticaimpura.wordpress.com/2013/04/11/roman-jakobson-direttrice-metaforica-e-direttrice-metonimica-del-linguaggio/)
 


LACAN E DE SAUSSURE. PSICOANALISI E STRUTTURALISMO



Nella vita psichica del singolo l’altro è regolarmente presente come modello, come oggetto, come soccorritore, come nemico, e pertanto, in quest’accezione più ampia ma indiscutibilmente legittima, la psicologia individuale è al tempo stesso, fin dall’inizio, psicologia sociale.
Sigmund Freud, 1921


Nella psicoanalisi del dopo Freud, durante tutto il secolo scorso, si sono formate numerose diramazioni teoriche che possono esser fatte risalire a due modelli epistemologici alternativi: il modello evolutivista ed il modello strutturalista. Sono modelli che vengono entrambi ricavati dall’opera di Freud, la cui lettura può essere interpretata sia in un senso sia nell’altro.

(Continua su Critica Impura: http://criticaimpura.wordpress.com/2013/03/24/jacques-lacan-e-ferdinand-de-saussure-la-psicoanalisi-del-dopo-freud-e-lo-strutturalismo-linguistico/)



mercoledì 16 gennaio 2013

JACQUES LACAN, LETTORE DI FREUD


La storia della psicoanalisi è costituita da un unico punto di partenza e numerose diramazioni, alcune più affermate e riconosciute, altre meno. Le oltre settemila pagine dell’opera di Freud sono così ricche e dense che il quadro completo del lavoro freudiano risulta, per questi ed altri motivi, eterogeneo e sfaccettato. D’altronde non poteva che essere così, se pensiamo che un solo uomo si è trovato a dover sistematizzare - ex novo e nell’arco di una vita umana - una teoria, una scienza, una pratica terapeutica, uno studio dell’umano quale la psicoanalisi.

Se risulta difficile mettere a fuoco l’intera opera freudiana, per la sua vastità ed eterogeneità, è d’altro canto facile vedere come, in più di un secolo di storia, si siano formate ed individuate numerose scuole e numerose teorie, tanto che - come ribadisce Mario Rossi Monti - oggi sarebbe più esatto parlare di Freud come del nonno della psicoanalisi, piuttosto che il padre, dal momento che la «famiglia analitica» nel corso di un secolo si è felicemente allargata. Sarebbe, inoltre, più pertinente parlare delle psicoanalisi piuttosto che della psicoanalisi.[1] Le diverse scuole psicoanalitiche del dopo Freud si sono formate sulla base di diverse interpretazioni del testo freudiano; quello che differenzia una scuola da un’altra è principalmente l’enfasi su una particolare lettura e la maggiore o minore distanza dall’ortodossia.

Il bivio ermeneutico più conosciuto è forse quello che vede da una parte l’attenzione privilegiata al mondo psichico, alla realtà psichica del soggetto, alle fantasie e alla costituzione del pensiero, in definitiva l’endopsichico; dall’altra parte la maggiore considerazione dell’ambiente esterno, dello spazio relazionale e delle influenze ambientali sulla costituzione del mondo psichico del bambino. Ancora, alcune letture si sono impegnate a rimanere ben ancorate alla parola di Freud, mentre altre hanno optato per la deriva verso zone inesplorate, chi con gli strumenti dati da Freud e chi rivisitando gli strumenti stessi.

La singolarità dell’approccio dello psicoanalista parigino Jacques Lacan alla psicoanalisi freudiana si colloca in questo contesto. Negli anni in cui la seconda generazione di psicoanalisti doveva raccogliere l’eredità lasciata da Freud, Lacan si fa autore di una lettura del testo freudiano permeata dalle nuove acquisizioni scientifiche del primo Novecento nell’ambito delle scienze umane. Egli affronta l’opera di Freud in primis utilizzando la lente della moderna linguistica strutturale inaugurata dall’insegnamento di Ferdinand De Saussure: lo studio del linguaggio – che Saussure intende nella doppia scansione significante/significato – applicato alla psicoanalisi. In questa ottica è possibile dare una rilevanza forte al fenomeno di parola - concetto diverso da quello di linguaggio - cogliendo tutto ciò che è implicito in esso. 

Per Lacan come per molti altri pensatori del Novecento,  l’essere umano nasce, cresce e muore all’interno di una rete, di un contesto condiviso da tutti - e che caratterizza come “umano” il mondo della realtà - all’interno del quale si danno tutte le manifestazioni universali dell’umano: la cultura, i simboli, i rituali, la comunicazione. Questo universo coincide con il linguaggio, l’ordine simbolico del linguaggio. Non si dà esperienza umana, per Lacan, se non all’interno del linguaggio, inteso come dispositivo che mette ordine, simbolizza e rende condivisibile il mondo e la sua molteplicità ed eterogeneità. 

Il fatto che l’uomo parli è un fenomeno tanto comune quanto denso di implicazioni. Che cos’è la parola? Si differenziano tra loro i fenomeni di parola ed il linguaggio? Uno studio sistematico di questi argomenti, quale quello di Saussure, ha portato chiarezza su concetti che il senso comune mescola facilmente: parola, linguaggio, lingua, senso, significante, significato ed altri ancora. Lacan fa tesoro – “tesoro dei significanti”, come suole definire il luogo dei significanti, ovvero l’Altro – della linguistica di Saussure e la applica, o per meglio dire, la implica alla scienza psicoanalitica: la catena di significanti che il soggetto srotola durante la sua talking cure [2] produce qualcosa di più di ciò che è nelle intenzioni comunicative del soggetto. L’essere umano parla tramite il suo io, la sua volontà, ma pure c’è una autonomia dell’atto di parola, un voler dire o un non voler dire, un malinteso, un inciampo, un lapsus. 

Ecco allora l’inconscio, la grande scoperta freudiana. I punti nodali che Lacan accosta sono proprio l’inconscio e la struttura linguistica. Cosa significa, allora, dire che l’inconscio è strutturato come un linguaggio? Di questo universo simbolico, mondo umanizzato e reso tale dal linguaggio, deve far parte anche l’inconscio freudiano. Se il linguaggio prende l’uomo addirittura da prima della sua nascita biologica, come può l’inconscio non essere fatto anch’esso di linguaggio? 

È questa la tesi di Lacan: l’inconscio risponde alle stesse leggi che regolano il discorso cosciente. «Quando Freud ci parla dell’inconscio, non ci dice che esso è strutturato in un certo modo, eppure ce lo dice, nella misura in cui le leggi che propone, quelle della composizione dell’inconscio, ricalcano alcune delle leggi di composizione fondamentali del discorso.»[3] Il punto in cui discorso cosciente ed inconscio si toccano sta nelle regole linguistiche alle quali, per essere tale, qualunque linguaggio non può non sottostare. Tra queste, di primaria importanza per spiegare gli effetti di produzione (o trattenimento) di significato sono le figure retoriche della metafora e della metonimia, descritte nella loro logica e funzionamento dal linguista russo Roman Jakobson e da lui definite come direttrici semantiche del discorso. La metafora e la metonimia sono proprietà linguistiche basilari che qualificano il linguaggio. 

Dal canto suo, Freud era già venuto a conoscenza di meccanismi linguistici del genere quando ne L’interpretazione dei sogni descriveva le due operazioni fondamentali tramite cui il sogno prende forma: la condensazione e lo spostamento. Senza saperlo, Freud parlava di operazioni linguistiche dell’inconscio che sono perfettamente paragonabili a quelle del discorso conscio. Parlare di condensazione è come parlare di metafora; spostamento è sinonimo di metonimia. Così come il sogno, allora, tutte le cosiddette formazioni dell’inconscio possono essere interpretabili nella loro natura di operazioni linguistiche. Il sintomo, il lapsus, l’atto mancato, il motto di spirito, il sogno sono tutti fenomeni di linguaggio dove un contenuto inconscio assume una forma - di compromesso - per poter accedere alla coscienza, per essere espresso. Perché l’inconscio, in Freud come in Lacan, parla, spinge per esprimersi, chiama risposta.

Freud non ha potuto sovrapporre il campo della sua giovane scienza a quello della linguistica moderna semplicemente per motivi cronologici. Ma è rintracciabile, nella sua opera, un’ ideale formazione psicoanalitica all’interno di un contesto di studi letterari e linguistici, oltre che di antropologia, mitologia ed altri studi umanistici. 

È Freud stesso, dunque, ad intravedere quel fondo in cui la natura umana è abolita dalla cultura, in cui l’animale uomo con il suo corpo è segnato irreversibilmente dal significante e trasformato in essere umano, sociale, culturale, diviso dalla sfera istintuale o pulsionale a vantaggio del programma della Civiltà, del legame sociale, della comunità. Il discorso che l’Altro tiene sul soggetto, ovvero le parole che sono state pensate ed enunciate per il neonato, è il primo passo verso la conquista del linguaggio: inizialmente passivo e parlato dall’Altro, il soggetto dovrà far proprio il linguaggio, soggettivarlo, pronunciare e pronunciarsi per, infine, collocarsi nel simbolico.

Il linguaggio, lungi dal’essere solo uno strumento di comunicazione, coincide in Lacan con l’ordine simbolico del mondo, vale a dire il mondo degli esseri parlanti che fanno legame sociale, si organizzano in comunità, rimandano il rapporto sessuale, dispongono del funerale e della sepoltura come rito per simbolizzare la morte. Il linguaggio è davvero l’origine della civiltà; è ciò che struttura il mondo umano. 

Come ci si posiziona nel simbolico? Dal dialogo con l’antropologo Claude Lévi-Strauss, Lacan ricava una concezione strutturale dell’Edipo freudiano e lo descrive come il crocevia strutturale per eccellenza tra lo stato di natura e quello di cultura. Il bambino che vive appieno le fasi cruciali di questo periodo dell’infanzia ne uscirà «con i titoli in tasca»[4], con la possibilità cioè di fare appello, in futuro, alle identificazioni che lo sosterranno quando sarà il momento di prendere una posizione nel mondo simbolico degli esseri umani. L’Edipo è, secondo le indagini di Lévi-Strauss, un dispositivo universale. L’introduzione di un tabù, di una zona interdetta e, in definitiva, di un primo cardinale “No” sembra essere un dato presente in tutte le culture. 

Un insegnamento in negativo di quanto detto finora è quello della psicosi. Al cuore della struttura di psicosi, sia per Freud sia per Lacan, c’è un buco, un rigetto nel simbolico, un significante fondamentale che non si è inscritto nell’apparato significante del soggetto. Il soggetto, cioè, manca letteralmente di un significante utile a leggere una parte del mondo, e quando dal mondo arriverà un appello al soggetto che chiama in causa questo significante, la risposta del soggetto psicotico sarà la confusione, la perplessità, quella perdita dell’evidenza naturale che in un secolo di psicopatologia fenomenologica è stata ampiamente descritta. In seguito la ricostruzione delirante, la metafora delirante e i fenomeni allucinatori, in cui ciò che era stato rigettato nel simbolico, mai inscritto nel simbolico, qualcosa di mai simbolizzato ritorna nel reale sotto forma di allucinazione uditiva.

Accedere alla realtà umana significa accedere al linguaggio. Accedere, cioè, all’ordine simbolico del linguaggio normativizzato dalla legge edipica, la legge della parola, di cui il padre è il rappresentante. Lo stesso padre che distoglie il bambino dall’identificazione narcisistica  all’oggetto del desiderio materno e gli propone un’identificazione simbolica nella forma dell’Ideale dell’io. Dal luogo e dal tempo in cui si è tutto e si ha tutto, la funzionalità dell’Edipo sta proprio nel fare del bambino un soggetto che rinunci al suo desiderio di essere Uno con il materno e che articoli un proprio desiderio nel linguaggio e nell’Altro. 

Si potrebbe parlare, con Agamben, del linguaggio come di un dispositivo, ossia «qualunque cosa che abbia in qualche modo la capacità di catturare, orientare, determinare, intercettare, modellare, controllare e assicurare i gesti, le condotte, le opinioni e i discorsi degli esseri viventi.» Come a dire, dal momento in cui c’è linguaggio, c’è istituzione, c’è una regola di comportamento, qualcosa che dispone l’essere umano in un dato senso. Per Agamben, infatti, il linguaggio è «forse il più antico dei dispositivi, in cui migliaia e migliaia di anni fa un primate probabilmente senza rendersi conto delle conseguenze cui andava incontro ebbe l’incoscienza di farsi catturare.»[5]



AS

[1] Rossi Monti M., discorso introduttivo al seminario La questione dell’analisi laica, ovvero della psicanalisi, Urbino, 11 dicembre 2012.
[2] Che la cura avvenga tramite la parola era chiaro già a Bertha Pappenheim, alias Anna O. nello scritto Studi sull’isteria di Breuer e Freud. Quello che Lacan apporta di nuovo è l’approfondimento logico di questo fenomeno.
[3] Lacan J., Il seminario. Libro V. Le formazioni dell’inconscio. 1957-1958, , a cura di Di Ciaccia A., Einaudi, Torino 2004.
[4] Ivi, p. 172.
[5]  Agamben G., Che cos’è un dispositivo?, Nottetempo, Roma 2006, pp. 21-22.

martedì 30 ottobre 2012

FARE RIZOMA E NON METTERE RADICI

Rizoma è il nome di un'associazione studentesca e culturale che abbiamo creato da poco. Siamo un piccolo gruppo di studenti della Carlo Bo e con questo dispositivo ci proponiamo di portare un contributo, in termini di eventi culturali, nell'ambiente universitario.
Abbiamo fondato Rizoma perché vogliamo diventare i creatori di quello che ci piacerebbe vedere negli ambienti universitari: più spazio.
Spazio agli eventi culturali;
spazio alle scienze dell'uomo, all'antropologia, alla filosofia, alla psicoanalisi, alla linguistica, alla letteratura, alla critica letteraria, oltre che alla psicologia;
spazio ai seminari multidisciplinari;
spazio alla formazione e anche all'informazione (sui fatti e non dei fatti, direbbe Carmelo Bene);
spazio all'arte in tutte le sue forme;
spazio alla riflessione e al pensiero critico, cos'è scienza? cosa non lo è?
spazio alla cultura, ai laboratori culturali.
Vogliamo utilizzare questo dispositivo per creare spazi culturali.
Crediamo che ci sia poca comunicazione fra il sapere interno all'università e quello esterno ad essa, seppur per motivi logici e naturali. Con Rizoma ci proponiamo di creare questa comunicazione.
Rizoma è Alessandro Siciliano, Stefano Paternò, Cristel Marcelletti Lattanzi, Edoardo Grisogani, Alberto Vacca Lepri.


AS

venerdì 14 settembre 2012

SALENTO E MAGIA



Ogni anno, in agosto, diversi comuni salentini si fanno teatro della più importante tradizione del folclore del luogo. Anzi, oserei dire dell'intero folclore italiano, a giudicare dal successo esponenziale riscosso nel tempo: un pubblico di più di 100.000 persone, maestri d'orchestra del calibro di Goran Bregović, Ludovico Einaudi, Mauro Pagani, fino ad essere proposta al di là dei confini geografici e soprattutto culturali, in città come Pechino, Amman e Duisburg. Parlo della Notte della Taranta, festival di musica popolare salentina con epicentro a Melpignano, il comune dove si realizza il concertone finale. Negli ultimi anni sembra esserci stato un vero e proprio contagio, sempre più gente si è appassionata alla danza e alla musica e credo che sia difficile, ad oggi, vedere persone non ballare, non muoversi a ritmo, all'ascolto di una pizzica. Credo che l'idea sia condivisibile da chiunque: la pizzica è una musica che è stata creata allo scopo di far muovere il corpo. Sembra proprio che il corpo vada da sé; l'impulso a ballare, a muoversi, si fa sentire benissimo, specialmente nelle donne. Un fatto, questo, che si conosceva bene alle origini del fenomeno del tarantismo.
"Tarantismo" è il termine che descrive un fenomeno socio-culturale che ha caratterizzato il Salento fin dal Medioevo. Scomparso come rito culturale, oggi viene rievocato sotto forma di festa, di pizzica da ballare nelle piazze salentine e non. Si trattava effettivamente di una sorta di danza, ma tutt'altro che divertente. 
La leggenda narra che il morso della taranta, un ragno che si aggirava nei campi di coltivazione, provocava crisi isteriche convulsive. La tradizione popolare riteneva che alcuni musicanti fossero in grado, suonando la "pizzica", di guarire o almeno lenire lo stato di "pizzicata". Attraverso una suonata, che poteva durare anche giorni, cercavano di trovare la combinazione di vibrazioni con le note dei loro strumenti. Venivano utilizzati diversi strumenti, in particolare il tamburello, diventato poi un simbolo di questa tradizione. Ancora oggi sono diffuse espressioni scherzose del tipo "Ti ha morso la tarantola?" rivolte soprattutto a bambini vivaci o persone particolarmente irrequiete. La donna che si supponeva essere stata pizzicata dalla taranta, o tarantola, prendeva il nome di tarantata. In realtà, diverse ricerche hanno ampiamente dimostrato che il morso della tarantola, seppur molto doloroso, è praticamente innocuo. La taranta era, quindi, l'animale simbolico che fungeva da capro espiatorio. Le vittime erano frequentemente giovani nubili donne in età da matrimonio, in periodo estivo. Un gruppo di musicanti faceva ballare la tarantata fino allo sfinimento, nella speranza di estirpare il veleno dal corpo. La cura era quindi focalizzata sul corpo.
Si trattava di magia, di pensiero magico sull'eziologia, la diagnosi e la cura. Ma la denotazione di pensiero magico può trarre in inganno, perché fa spesso pensare a popoli ignoranti che non posseggono i nostri strumenti conoscitivi, scientifici e quindi esatti. Quando si studiano i fenomeni culturali in vivo, ci si accorge della ricchezza simbolica di simili pratiche.
Ernesto De Martino è stato un importante antropologo ed etnografo italiano che si è occupato, per tutta la sua carriera, nel corso della prima metà del Novecento, della questione del Sud e delle sue tradizioni culturali e religiose. Nel 1959 De Martino raggiunge Galatina, provincia di Lecce, per osservare e studiare il fenomeno del tarantismo e per provare a comprenderlo ed interpretarlo alla luce delle conoscenze psicoanalitiche, che in quegli anni rappresentavano uno strumento rivoluzionario nelle mani delle scienze umane. I risultati della ricerca sono stati successivamente condensati nel libro "La terra del rimorso - contributo a una storia religiosa del Sud". Dallo studio del contesto culturale e di alcuni casi, De Martino arriva a concludere che il tarantismo poteva essere considerato come  


Un dispositivo simbolico mediante il quale un contenuto psichico conflittuale che non aveva trovato soluzione sul piano della coscienza, e che operava nell'oscurità dell'inconscio rischiando di farsi valere come simbolo nevrotico, veniva evocato e configurato sul piano mitico-rituale, e su tale piano fatto defluire e realizzato periodicamente, alleggerendo del peso delle sue sollecitazioni i periodi intercerimoniali e facilitando per quei periodi un relativo equilibrio psichico.
Ernesto De Martino, La terra del rimorso, Il saggiatore, Milano, 1961.            
       
 
Un conflitto tra istanze diverse del soggetto, vale a dire un pensiero, un discorso soggettivo, personale,  "non trova soluzione sul piano della coscienza", quindi non può esser detto, non si riesce a tradurlo, ad esternarlo tramite il linguaggio. O meglio, tramite la parola. Quando la parola non può esprimere tutta la verità del soggetto, questa verità può farsi presente in altri modi nel campo del linguaggio, nel campo del simbolico. Ecco, allora il "dispositivo simbolico" di cui parla De Martino.
Questo discorso sull'antropologia culturale può essere fatto continuare nel campo attiguo della psicoanalisi. Abbiamo a disposizione la lezione dell'isteria, patologia mentale il cui studio da parte di Freud ha segnato gli inizi della scienza psicoanalitica. "La clinica dell'isteria è una clinica del corpo" dice Massimo Recalcati, compendiando Freud e Lacan. La conversione somatica è appunto conversione del conflitto psichico inconscio in fenomeni che riguardano il corpo, che vedono protagonista il corpo nella messa in scena di pensieri che non hanno accesso alla coscienza. Corpo simbolico, continua Jacques Lacan, perché questo corpo, lungi dall'essere ridotto all'organismo, è rivestito dei simboli che la storia, la cultura e la famiglia offrono all'individuo. I vestiti, il taglio di capelli, la gonna più lunga o più corta, i piercing, i tatuaggi. Ma anche le posture, le gestualità, il modo di camminare e di muoversi. Il corpo, in quanto segnato dai simboli, parla di noi. Da una parte c'è l'organismo, che può ammalarsi, danneggiarsi, essere bersaglio di virus e poi necessitare di cure e terapie; dall'altra parte c'è il corpo, che parla, che può farsi "teatro di una messa in scena significante", dice Lacan, che può cioè essere il  soggetto di tutti quei quadri isteriformi (ma non solo!) che la psichiatria organicista non riesce ancora oggi a spiegare. Il sintomo di conversione somatica è il rappresentante simbolico di un pensiero rimosso.
Quando De Martino parla di dispositivo simbolico si riferisce a questo. Simbolico è quel linguaggio, propriamente umano, messo in luce da Jacques Lacan, in cui le cose significano altre cose e queste altre ancora. Tramite il simbolo l'uomo ha la possibilità di mettere in forma i contenuti dell'inconscio. Questi simboli costituiscono la cultura di un popolo e sappiamo, dagli studi di Claude Lévi-Strauss, che tutti i popoli utilizzano il simbolo come codice culturale. Lévi-Strauss esplicita l'idea di un ordine simbolico strutturante la realtà interumana.

Ogni cultura può essere considerata come un insieme di sistemi simbolici in cui, al primo posto, si collocano il linguaggio, le regole matrimoniali, i rapporti economici, l'arte, la scienza e la religione.
Claude Lévi-Strauss, Antropologia strutturale, Il Saggiatore, Milano, 1980.          

Da una cultura scaturiscono le regole per i rapporti sociali e la vita di comunità, ma con le regole si danno anche le eccezioni, le modalità che un individuo deve assumere per manifestare un disagio, un conflitto inconscio. Georges Devereux, con i suoi studi di etnopsichiatria, ha mostrato che la cultura forgia modi di essere normali e patologici. Come a dire: "Non impazzire! Ma se non ci riesci, allora fallo in questo modo."
Così dalla storia e dalla cultura del Salento è nato il fenomeno del tarantismo. Il Sud Italia, per De Martino, era la terra del rimorso, "terra del cattivo passato che orna e opprime col suo rigurgito".

Questa è la terra di Puglia e del Salento, spaccata dal sole e dalla solitudine, dove l'uomo cammina sui lentishi e sulla creta. Scricchiola e si corrode ogni pietra da secoli. Anche le pietre squadrate, tirate su dall'uomo, le case grezze, le chiese destinate alla misura del dolore e della speranza, seccano e cadono nel silenzio. Avara è l'acqua a scendere dal cielo, gli animali battono con gli zoccoli un tempo che ha invisibili mutamenti. È terra di veleni animali e vegetali qui cresce nella natura il ragno della follia e dell'assenza, si insinua nel sangue di corpi delicati che conoscono solo il lavoro arido della terra, distruttore della minima pace del giorno. Qui cresce tra le spighe di grano e le foglie del tabacco la superstizione, il terrore, l'ansia di una stregoneria possibile, domestica. I geni pagani della casa sembrano resistere ad una profonda metamorfosi tentata da una civiltà durante millenni.
 Salvatore Quasimodo, commento a La Taranta, documentario di Gianfranco Mengozzi, 1962.               





































AS

lunedì 9 luglio 2012

SOGNO NUMERO 1

Che si avverino i loro desideri... che possano crederci
e che possano ridere delle loro passioni!
Infatti, ciò che chiamiamo passione in realtà non è energia spirituale,
ma solo attrito tra l'animo e il mondo esterno.
E, soprattutto, che possano credere in se stessi
e che diventino indifesi come bambini
perchè la debolezza è potenza
e la forza è niente.
Quando l'uomo nasce è debole e duttile,
quando muore è forte e rigido.
Così come l'albero, mentre cresce, è tenero e flessibile
e quando è duro e secco, muore.
Rigidità e forza sono compagni della morte.
Debolezza e flessibilità esprimono la freschezza dell'esistenza.
Ciò che si è irrigidito non vincerà.


Arsenij Tarkovskij

mercoledì 27 giugno 2012

L'ANNOSO PROBLEMA DELLA DITTATURA DEL DSM

Dopo un primo periodo di apprendimento passivo, dopo i primi passi nel campo dell' Università, ho cominciato a farmi qualche domanda. Ad alcune domande sembra non ci siano risposte pronte, o meglio, ci possono anche essere, ma ciò che è importante è che il soggetto assuma la sua risposta. L'assunzione di una risposta sarà, poi, una coordinata simbolica che delimiterà il campo identitario del soggetto. E' una responsabilità!
La mia Domanda, per eccellenza, in quanto studente di psicologia, riguarda ed ha sempre riguardato il problema del Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali. Cosa è in realtà il DSM?
Criticato dai più, alle soglie della sua V edizione, il DSM è la bibbia della psichiatria odierna, un libro che stabilisce chi è malato di mente e chi no.
Mentre penso a cosa scrivere, mi accorgo che faccio fatica ad organizzare un pensiero, perché il tema è tanto complesso quanti sono i piani su cui si gioca il dibattito: ideologia, politica, economia, scienza, statistica. A partire dal 1980, anno della III edizione, la task force del DSM veste il manuale di due nuovi significanti: "ateoretico" e "descrittivo". Sulla ateoreticità si dice spesso nell'Università che sia uno dei maggiori punti di forza del manuale, in quanto da questa scaturisce un linguaggio non "contaminato" da nessuno dei pensieri storici della Psicopatologia, dunque un linguaggio impersonale e, finalmente, universale. La diversità di pensiero, quindi, è stata considerata come un problema al quale si è trovata una soluzione! Ma è davvero possibile muoversi nel campo sconfinato e indefinito della patologia mentale senza utilizzare una teoria, una bussola? E in quanto alla descrittività, penso che termini come "congruo", "bizzarro", "strano", "incoerente", che ricorrono nel manuale, siano viziati da un giudizio personale che tradisce l'intento della nosografia di essere puramente descrittiva.
Credo che i problemi, storicamente, siano cominciati da qui, cioè dal momento in cui è stato deciso di applicare ad una nosografia psichiatrica (descrizione di malattie e diagnosi) uno statuto scientifico forte. 
La realtà, però, è che il DSM, ancora oggi, di scientifico ha solo la facciata. Il DSM è lontano tanto dalla Psicopatologia Clinica, dal pensiero psichiatrico, fenomenologico e psicanalitico di tutto il Novecento, quanto dalla scientificità che è supposta essere alla base del manuale. Il DSM non ha nulla di scientifico e le dimostrazioni che avvalorano questa tesi sono moltissime. Nelle facoltà di psicologia studiamo valanghe di pagine che parlano del DSM e non mi è mai capitato di leggere nulla di positivo riguardo al manuale. Non un punto forte, non una spiegazione logica del perchè viene utilizzato dai clinici e dalle istituzioni di tutto il mondo. Se non una asserzione: "Ha creato un linguaggio unico e condiviso grazie al quale i clinici di tutto il mondo possono comunicare senza difficoltà".
Personalmente, non credo che questo sia un fatto positivo come può sembrare. Trovo, piuttosto, che il linguaggio comune sia stato imposto. O meglio, stemperando un po' il tono paranoico, credo che un manuale  ben organizzato (forte validità interna a discapito di quella esterna), con un nome per ogni cosa (una diagnosi per ogni sintomo) e con finalità puramente descrittive (se non esiste causalità psicologica, il passo è breve perché si ipotizzi quella organica, con conseguenti terapie farmacologiche create "ad hoc") abbia attirato l'attenzione di chi, anche nel campo della malattia mentale, desidera pensare che ad A corrisponda sempre B.
Alla fine del mio percorso di studi, mi dispiace un po' conoscere a memoria i criteri diagnostici del disturbo schizoide di personalità e non saperne molto della schizoidia; avere bene in mente le differenze tra il disturbo ossessivo compulsivo in asse II e quello in asse I ma non saperne molto del pensiero magico dell'ossessivo, di chi è l'ossessivo e chi è lo schizoide.
Pubblico qui sotto il manifesto Anti-DSM, "manifesto a favore di una psicopatologia clinica che non sia solo statistica".

http://www.alidipsicoanalisi.it/manifesto-a-favore-di-una-psicopatologia-clinica-che-non-sia-solo-statistica.html

In questa pagina e nel manifesto vero e proprio sono spiegati in maniera molto dettagliata tutti i punti deboli tecnici, scientifici ed espistemologici che fanno del DSM un manuale diagnostico che fa acqua da tutte le parti, con le dovute conseguenze nocive, per la scienza e per l'uomo.
Da un secolo di psicoanalisi, psichiatria, fenomenologia, è stato creato un sapere che va ben al di là di una mera, piatta lista dei sintomi. Spero che sarete d'accordo con me.

AS

martedì 12 giugno 2012

DI VENERE E DI MARTE

Oggi è Martedì. Secondo un detto tradizionale, avrei potuto aspettare domani per cominciare a scrivere.
Mi chiamo Alessandro, 24 anni, studio psicologia clinica all'università di Urbino. Sono alla fine dell'ultimo anno di studi. Apro questo blog perchè penso sempre un sacco di cose, molte delle quali riguardano il mio ambito, le scienze psi. Ho deciso di creare uno spazio dove (spero) poterle esternare, espormi alle critiche e apprendere qualcosa di nuovo dal pensiero degli altri, cambiare un'idea o rafforzarne un'altra.
Il dibattito (?) che si crea nelle aule universitarie è spesso insoddisfacente per me, e penso che esista una forte tendenza ad adagiarsi su un particolare tipo di sapere che ha sempre le stesse caratteristiche: la novità, la semplicità, la operazionalizzabilità. L'ultima, in particolare, è secondo me la chiave per comprendere il pensiero alla base dell'attuale psicologia. Questo sapere lo considero, inoltre, a volte stagnante, ripetitivo e riciclato.
Credo, poi, che la logica dell'insegnamento universitario possa, il più delle volte, essere rappresentata come un riempire dei vasi. Personalmente, ho sempre trovato maggior soddisfazione ad immaginarmi come una fiamma da alimentare piuttosto che come un vaso da riempire, e a sentirmi pensato dai professori in questo modo.
La cosa che più di tutte mi muove a scrivere qui è il costante arginamento della psicoanalisi che si legge sui libri di testo. Non di tutta la psicoanalisi però, perchè esiste una grande parte che, nel corso degli anni, ha assunto sembianze più morbide, più convincenti, più operazionalizzabili, per presentarsi al cospetto della Scienza e per poter farne parte. Fino a cambiare nome! Non "psicoanalisi" ma "psicoterapia dinamica".
Di tutti i dibattiti che si potrebbero aprire intorno a questo grosso tema, a me interessa uno in particolare: quella psicoanalisi che ha scelto di non aderire al discorso conformistico della Scienza oggi è, dai più, vista come inefficace, non empirica. Termini come "ortodossa", "classica" e anche "psicoanalisi" sono indicatori, per chi studia, di un discorso antico e palesemente non più efficace. "Pulsione", "Edipo", "Castrazione", fino ad arrivare alle tristi sorti di "Inconscio" che oggi è "Inconsapevole", "Implicito". Così uno studente incontra puntualmente questi termini e, a seguire, frasi come "oggi non si pensa più...", "oggi i terapeuti preferiscono pensare che...". Non esiste una controparte! Nessuno risponde! Non vengono mai spiegati i passaggi attraverso i quali oggi è giustificata la scelta di moderare, limitare, il linguaggio e la mentalità psicoanalitici, se non qualche riferimento storico privo di spiegazione. Gli studenti, così, imparano che la psicoanalisi è inefficace, superata. Imparano solo questo. Molti non sanno se è realmente così, per quali motivi; insomma non c'è argomentazione.
Ho pensato di utilizzare questo blog per mettere in discussione, con chi leggerà, argomenti che troppo spesso, nel mondo accademico, passano come ovvi.
Io credo che esista una forte avversione a tutto ciò che è ascrivibile al campo dell'inconscio e di pari passo va il tentativo scientista di far quadrare i conti, di operazionalizzare. Applicare il metodo scientifico alla dimensione psichica significa salvare tutto quello che è logico e dotato di senso e scartare tutto quello che non ha senso e non rientra nel regolamento. è questo il discorso alla base, per esempio, dei disegni di ricerca randomizzati e controllati.
I libri di testo universitari sono allagati da un linguaggio ultratecnico e ultrascientifico che mi fa sempre pensare ad un nulla. Ogni volta che, mentalmente, decifro quelle catene di significanti, mi accorgo che manca il soggetto! Manca il soggetto dell'inconscio. Questo, per me, è un altro motivo di insofferenza.
Ho intenzione di scrivere dei post citando alla lettera qualche riga che incontro studiando, così da mettere in movimento discorsi che sembrano scritti sulla pietra.
Spero davvero di avere delle discussioni gustose, fatte di parole cariche di soggettività.

AS